Mediaddress
15/04/2025
La relazione tra giornalisti e addetti stampa è spesso un campo minato fatto di incomprensioni, aspettative sbagliate e ritmi incompatibili. Eppure, per chi lavora nell’informazione, il confronto con chi comunica dall’altra parte del tavolo è inevitabile e, se ben gestito, può diventare un’alleanza preziosa. Perché non è solo questione di “mandare un comunicato”, ma di conoscere il linguaggio, i codici e le esigenze reciproche.
Un recente corso dedicato ai giornalisti ha messo a fuoco proprio questo: come migliorare la collaborazione tra due professioni spesso più simili di quanto si creda. Oggi, l’addetto stampa è una figura complessa: deve conoscere i media digitali, avere competenze grafiche di base, sapersi muovere tra intelligenza artificiale e nuovi strumenti tecnologici, con in più una robusta dotazione di soft skills. Comunicazione empatica, pazienza, capacità di pianificare e mediare: sono qualità che servono anche al giornalista, ma che l’addetto stampa deve padroneggiare quotidianamente.
Un punto spesso trascurato riguarda il linguaggio tecnico-specialistico. Il comunicato stampa che vuole essere utile non può essere un copia-incolla dal lessico aziendale o istituzionale. Deve essere chiaro, centrato sulle famose “cinque W” (who, what, where, when, why), ma anche comprensibile per chi lo legge con urgenza e selettività.
Lo stesso vale per le mail: oggetto onesto e sintetico, corpo testo impaginato, personalizzazione, link utili e firma riconoscibile. Sembra semplice, ma nella realtà è rarissimo ricevere un messaggio davvero funzionale. E quando ci si aggiunge un linguaggio iper-tecnico e autoreferenziale, il rischio di “non cliccare” è altissimo.
Questo nodo è emerso anche dal report “Giornalisti e uffici stampa 2025” targato Mediaddress: ben il 41,2% dei giornalisti intervistati lamenta che i comunicati stampa sono troppo promozionali o poco rilevanti, mentre il 38,7% li considera non ben strutturati. Ma non è tutto: il 22,8% segnala che il contenuto non è comprensibile o troppo tecnico, a conferma di quanto la chiarezza sia oggi un valore irrinunciabile.
Nonostante l’iper-digitalizzazione, il giornalista cerca ancora il rapporto umano. Lo dimostra la preferenza per canali come la mail personalizzata (77%), seguita da WhatsApp (49%) e le telefonate (44%), come evidenziato sempre dalla ricerca Mediaddress. L’incontro di persona, quando possibile, resta il modo più efficace per costruire fiducia.
E proprio la fiducia è l’ingrediente chiave che trasforma un addetto stampa in un interlocutore autorevole. Lo è chi sa mettersi nei panni del giornalista, anticiparne i tempi e i bisogni, rispettare il galateo della comunicazione e agire “in punta di piedi”, che non significa diventare troppo remissivi di fronte al giornalista, ma essere empatici nei loro confronti per raggiungere l’obiettivo di farsi dare attenzione.
Non tutti i giornalisti sono disposti ad ammetterlo, ma l’addetto stampa è parte integrante del loro lavoro. La domanda da farsi, allora, è: come possiamo collaborare meglio?
Forse è il momento di smettere di considerare l’addetto stampa un ostacolo e iniziare a riconoscerlo per ciò che è: una fonte preziosa di contatti, contesti e contenuti verificati. Perché oggi, in un panorama informativo frammentato e veloce, chi sa offrire notizie affidabili e ben costruite è un alleato fondamentale, non un disturbo.
Dora Carapellese, Media Relations Specialist www.doracarapellese.it
Foto di copertina: Autore: ROBERTO SALVATORI Copyright: ROBERTO SALVATORI
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